Antonio Tizzano - Presidente della Prima Sezione della Corte di Giustizia dell'Unione Europea



1) Nato a Napoli: fierezza, imbarazzo, mero dato anagrafico?
- Fierezza per il passato, imbarazzo per il presente.

2) Qual è la qualità vincente che le viene riconosciuta e che, a suo giudizio, è
maggiormente legata al suo essere napoletano?
- Non so se sono mie "qualità vincenti", ma se dovessi legare alcuni tratti della mia personalità alla mia "napoletanità", li riconoscerei nell'umanità nei rapporti, nella passione nel lavoro e in una certa vivacità di spirito.

3) Quali sono le caratteristiche vincenti che talvolta sono dei difetti del cittadino napoletano?
- Faccio difficoltà a individuarle. Potrei pensare, in via riassuntiva più che analitica, all’orgoglio dell’appartenenza e alla convinzione dell'unicità. Ma l'adagiarsi sull'illusione di un ruolo storico che non c'è più e sulla rendita di una straordinaria eredità di cui stiamo consumando gli ultimi spiccioli, ha finito con l'alimentare una visione provinciale, rinunciataria e passiva, e perfino la presunzione di essere l’ombelico del mondo, un unicum inimitabile, piuttosto che stimolare l'impegno per la ricerca di un nuovo o rinnovato ruolo della città.

4) Napoli e i napoletani: più orgoglio di luogo o più orgoglio di popolo, in quali
proporzioni?
- Metà e metà. Ma vedi la risposta alla domanda precedente.

5) Cosa migliorerebbe della Napoli che ha lasciato a suo tempo e cosa crede sia migliorato da allora?
- Allora, avrei auspicato una maggiore apertura internazionale e una continuità di iniziative serie e strutturate per realizzare progetti che certo non mancavano e per i quali c'erano certo più convinzione e fiducia di oggi. Da allora, tutto è peggiorato e degradato: e non lo dico, purtroppo, come facile luogo comune! Ne è riprova del resto la diffusa sfiducia sul futuro e sulle possibilità di una credibile inversione di rotta.

6) Parafrasando John Kennedy, si chieda cosa abbia fatto Napoli per lei e cosa
abbia fatto lei per Napoli e cosa ancora entrambi possiate o dobbiate fare.
- A me Napoli ha dato, spero, un po’ delle qualità del suo genio (v. risposta alla domanda n. 2), frutto di un'eredità storica e di un humus culturale (specie nel settore umanistico) anche inconsapevolmente “succhiati” col latte materno.
Per parte mia, ho cercato di tenere alto il nome della mia città, per quel poco (e comunque per tutto quel) che potevo fare e contare, ricordando sempre a quanti mi hanno un po’ apprezzato il mio essere napoletano.
Cosa poi dobbiamo o possiamo ancora fare per il futuro non saprei, anche perché – e lo dico non per recriminare, ma come mero dato di fatto - la mia città non fa molto per valorizzare i suoi figli che hanno conseguito posizioni apicali fuori casa.

7) Qual è il pregiudizio, il luogo comune riferito alla sua città natale in cui si è
più frequentemente imbattuto?
- Caos, indisciplina e illegalità, ma…. “simpatici” e "divertenti" (!!!).

8) Come cambia, se cambia, il suo modo di parlare di Napoli e di giudicarla,
quando è lontano da essa e in presenza di non napoletani?
- Ovviamente dimentico o taccio i difetti e, se accompagno amici in visita a Napoli, cerco di rappresentarli in modo giustificazionista….

9) Quanto l'autocommiserazione e il compiacimento dei propri limiti e vizi ha
danneggiato l'immagine di Napoli, sebbene abbia contribuito a costruire un'idea “letteraria” talora esibita quale vincente?
- Dubito che sia “vincente”. Vedi comunque la risposta alla domanda n. 3.

10) La letteratura e la filmografia sulla camorra hanno incrinato l’immagine di
Napoli più di quanto abbiano rafforzato una coscienza civile legalitaria?
- Temo di sì.

11) A suo parere, qual è la percentuale di coloro, tra i non napoletani, che sia a
conoscenza che Napoli è stata tra le prime tre città al mondo per tecnologia, cultura e arti?
- All’estero, pochi, anche se, tra le persone di cultura, la percentuale è ovviamente meno scoraggiante. Inoltre, la crisi di questi anni ha molto colpito l’immagine della città nel mondo, inducendo una sorta di frattura tra luoghi e monumenti storici e artistici e la città, nel senso che anche i più famosi non sempre sono immediatamente associati alla città (si pensi ad es. a Pompei).

12) Qual è, secondo lei, l’istituzione di maggiore eccellenza napoletana?
- Se li si intende inclusi nella nozione di istituzione, gli straordinari musei e le mille chiese e monumenti, che, seppure in stato critico, continuano ad affascinare le persone che accompagno a Napoli. Forse, ma non ne conosco la situazione attuale, anche il Conservatorio di musica. Purtroppo, forse anche a causa della mia lunga assenza dalla vita cittadina, non mi viene in mente altro.

13) Un luogo, un monumento, un libro, una musica, un cibo, un vino che rappresentano Napoli, nella sua più autentica essenza, indichi un simbolo per ciascuna categoria.
- Luogo: malgrado tutto il degrado, l'area del decumano. Libro: per una certa classe sociale dell’epoca, “Ferito a morte” di La Capria. Musica: le canzoni fino al dopoguerra, quasi tutte in qualche modo espressione, anche contraddittoria, di una cultura spontanea e “significativa” delle radici e dell’animo della città, di un'autenticità identitaria, oggi sempre più sbiadita e omologata. Cibo: le minestre di pasta e legumi vari. Vino: bevo troppo raramente per potermi pronunciare.

14) Rappresentante nel mondo. Quanta napoletanità è lecito e utile conservare nella sua attività?
- Per conto mio, cerco di conservarla tutta. La “napoletanità” è purtroppo una “iattura” a Napoli; fuori, invece, si trasforma spesso in un valore aggiunto. Basti pensare ai tantissimi napoletani che hanno avuto successo sul piano nazionale e internazionale quando (o per il fatto che?) hanno lasciato la città! Alcuni sono ben noti a tutti, ma se ne potrebbero menzionare tanti altri, anche in posizioni apicali. Purtroppo, però, come ho già accennato, nella maggior parte dei casi la città tende ad ignorarli o comunque a non valorizzarne adeguatamente il legame.
copyright © 2013 Mariano Corcione