ENRICO VARRIALE, giornalista sportivo


1) Nato a Napoli: fierezza, imbarazzo, mero dato anagrafico?

Fierezza sicuramente, perché Napoli è una delle città più straordinarie del mondo intesa nel suo complesso, una città che ovviamente ha anche delle contraddizioni, ma che è stata la culla di tante cose importanti: dai movimenti politici - penso ai rivoluzionari napoletani del Settecento - a quello che ha rappresentato Napoli come arte, come cultura, come patrimonio di teatro. Se si pensa che a Napoli è nato uno come Eduardo de Filippo, che è un immortale della storia del teatro a livello mondiale (perché non è stato rappresentato solo a Napoli o in Italia ma in tutto il mondo, anche nella patria di Laurence Olivier, quindi con caratteri lontani che veicolavano però  il messaggio universale dei suoi testi), davvero essere napoletani è un dato che va acquisito con fierezza - dopodiché è chiaro che ci sono anche delle contraddizioni, che però fanno parte anche quelle del nostro carattere.

2) Qual è la qualità vincente che le viene riconosciuta e che, a suo giudizio, è maggiormente legata al suo essere napoletano?

Delle qualità è meglio che ne parlino gli altri, perché è difficile che si possa parlare delle proprie qualità... come napoletano che ha passato gran parte degli ultimi anni fuori della propria città -perché lavoro a Roma da ormai  da 25 anni - ho notato di avere una certa predisposizione a non essere assolutista, a vedere la realtà in modo piuttosto disincantato. Non credo che la vita si divida in "tutto bianco" e "tutto nero", questa è una delle cose che a Napoli si imparano presto; però se quest'aspetto deve essere un difetto, questo lo devono dire gli altri. È anche uno stereotipo quello di rappresentare i napoletani come un popolo che aspetta la manna dal cielo, che aspetta l'assistenzialismo e l'aiuto in diversi settori; per carità, c'è stato anche questo, però ci sono anche tanti napoletani attivi nel mondo dell'imprenditoria, della ricerca, dello studio, del giornalismo. Sono persone che, pur essendo nate in una realtà contraddittoria, forse proprio per questo hanno capito che la fortuna ciascuno se la costruisce con le proprie mani; poi è chiaro che ci sono gli incontri giusti, ci sono le occasioni che possono capitare... però io credo che l'aspettare con fatalismo sia stato in qualche modo qualcosa che è stato attribuito troppo spesso ai napoletani, e non è così.


3) Qual è la caratteristica vincente del suo essere napoletano, tra quelle che talvolta vengono ritenute difetti?

Ripeto: quanto alle qualità, le dovrebbero annoverare gli altri... però credo senza dubbio ci sia il fatto di non dare nulla per scontato, la volontà di non accontentarsi, di andare a cercare sempre qualcosa di nuovo... Per esempio, nella trasmissione che conduco, per certi aspetti magari sono anche uno che risulta un pochino ostico, scomodo, ma ho sempre cercato di fare il mio mestiere per quello che mi è stato trasmesso e per come mi è stato insegnato dai miei maestri, partendo dal primo dato del mestiere giornalistico, ovvero fare le domande: questo secondo me nasce dal fatto che, tornando al discorso della "napoletanità", il non accontentarsi e non aspettare è un po' una caratteristica dei napoletani che poi alla fine riescono nella vita, a Napoli e fuori Napoli


4) Napoli e i napoletani: più orgoglio di luogo o più orgoglio di popolo, in quali proporzioni?

Credo che l'orgoglio di luogo ci sia sicuramente, perché basta che uno si affacci la mattina a Posillipo, o faccia una passeggiata a via Caracciolo sul lungomare - che adesso, devo dire, è stato rivalutato e riportato ai vecchi splendori, perché credo sia stata un'ottima scelta quella del sindaco De Magistris di chiuderla al traffico restituendo il lungomare a quella dimensione di eccellenza come Cannes, Nizza - quindi l'orgoglio di luogo viene spontaneo... chiunque si sente fortunato per questo di essere nato a Napoli. Forse però l'orgoglio di popolo manca, perché poi Napoli è una città un po' particolare in questo senso: molto spesso incassa tanti colpi senza reagire, ma io sono fiero, mi sento fiero di appartenere a questa città. Forse l'orgoglio di popolo deve mettersi un po' in moto, ma credo anche che quando questo popolo si mette in moto va tenuto a bada e penso sempre alle quattro giornate in cui Napoli si è veramente mobilitata, penso sia stato l'unico evento in cui una città si è veramente liberata da sola a livello mondiale... quando ci si rende conto di queste cose non si può che essere orgogliosi - purtroppo capitano solo ogni quaranta, cinquant'anni...!


5) Cosa migliorerebbe della Napoli che ha lasciato a suo tempo e cosa crede sia migliorato da allora?

Mi ritengo fortunato, perché sono nato in una parte di Napoli che ancora oggi è una delle più belle al mondo: sono nato a Posillipo, a Marechiaro, e ci torno spesso, quando posso, anche per esigenze di lavoro quindi, giudicando dalla mia infanzia, stando in un quartiere dove giocavo a pallone per strada - cosa che adesso non si può più fare - e ci si conosceva tutti, ci si rende conto che Napoli non è solo quella, che ci sono anche altre realtà, altri quartieri che magari vivono una situazione di maggior degrado; ma io credo che Napoli abbia delle grandissime potenzialità anche da questo punto di vista.
Quando ho degli ospiti, degli amici, li porto al Parco della Rimembranza, perché se ti affacci lì e vedi quella straordinaria baia che si affaccia sui Campi Flegrei, con Ischia e Procida in lontananza, davvero non c'è niente di meglio... Io che ho girato il mondo, mi sento orgogliosamente di dire che non c'è un posto bello come quello, e in pieno centro di una città che conta due milioni di abitanti... Da questo punto di vista, se finalmente si riuscisse a mettere a mettere a fuoco una serie di progetti metropolitani, Napoli avrebbe in sé potenzialità straordinarie per diventare ancora di più una città attrattiva sotto l'aspetto turistico e non solo.


6) Parafrasando John Kennedy, si chieda cosa abbia fatto Napoli per lei e cosa abbia fatto lei per Napoli e cosa ancora entrambi possiate o dobbiate fare.

Napoli per me ha fatto molto, dandomi le consapevolezze di cui già ho parlato; pur vivendo a Roma dall'88 stabilmente, io sono comunque sempre rimasto legato alla mia città. Per esempio ho scritto un libro sulla storia calcistica della mia città, "Napoli otto e mezzo", peraltro pubblicato con discreto successo anche all'estero, non solo per parlare della squadra di calcio, e l'anno scorso - al momento in cui il libro è uscito  la squadra celebrava 85 anni di storia - ma soprattutto per celebrare quello che è il legame forte tra il Napoli e i napoletani: quella è una delle situazioni che fanno "sintesi", anche per chi va fuori della propria città o dall'estero.
Io credo che il napoletano che sta fuori comunque rimanga napoletano e legato alla propria città - capita a molti di doverla lasciare perché tante professioni, come opportunità di lavoro, comportano magari l'occasione della vita all'estero... 
Cosa si può fare per Napoli? Si può cercare di incrementare questa voglia di veder rinascere la propria città, quest'attaccamento, questa fierezza di essere napoletani e ritornare con l'idea - aldilà di quello che può comportare ritornarci  piacevolmente in vacanza - di dare un contributo ogniqualvolta si può, magari partecipando agli incontri con gli studenti o a testimonianze (anche se costa il sacrificio dello spostamento, ma per quanto mi riguarda le porto avanti con l'entusiasmo consapevole dell'importanza che ha il testimoniare alcune cose)


7) Qual è il pregiudizio, il luogo comune riferito alla sua città natale in cui si è più frequentemente imbattuto?

Di pregiudizi, di contraddizioni Napoli ne ha tanti, contraddizioni che si sono viste e sono anche state sostentate e foraggiate nel sentire comune da certa letteratura o rafforzate da alcuni luoghi comuni. Fino a qualche tempo fa facevo anche cento giorni l'anno di trasferta e devo dire che lo stereotipo di una Napoli preda della camorra e piena di spazzatura è uno stereotipo difficile da smontare, anche perché - diciamo la verità - alcune immagini che sono state diffuse negli anni e la percezione che se ne è avuta sono certamente reali...
È anche vero che questo ha alimentato una certa pigrizia in chi racconta le cose, per esempio nella mia categoria può capitare che (anche da parte dei committenti, ovvero di chi chiede il servizio) ci sia l'esigenza di mettere in evidenza e in risalto determinate cose: per fare un esempio semplice e banale, se a Napoli viene derubato un giocatore o la moglie di un giocatore, diventa un problema immediatamente di camorra e di malavita; se succede altrove, anche a Parigi, quello diventa invece un mero fatto di cronaca nera.
C'è una generalizzazione diffusa e piuttosto fastidiosa, un pregiudizio che in qualche modo ho avuto modo di constatare non solo nei discorsi con la gente comune, ma anche con chi orienta l'opinione pubblica - e questo è un fatto estremamente negativo.


8) Come cambia, se cambia, il suo modo di parlare di Napoli e di giudicarla, quando è lontano da essa e in presenza di non napoletani?

Questa intervista ne è una testimonianza: io parlo sempre così. Ripeto: la testa sotto la sabbia non la si può mettere, non sarebbe neanche giusto nei confronti di Napoli, dei napoletani e di chi vuole fare un'operazione di miglioramento della città. Però chi sta a Napoli davvero, anche standone lontano ma comunque possedendo delle antenne sul territorio, sa che Napoli non è tutto quel negativo che si vuol far passare: ci sono cose indubbiamente negative, ci sono problemi comuni a tante grandi città - dato che la microcriminalità e la delinquenza sono diffuse ovunque - e ci sono problemi strutturali. Senza dubbio ci sono carenti informazioni culturali, dovute alla mancanza di una presa di coscienza da parte di quella borghesia intellettuale che dovrebbe farsi carico del bene comune e che invece a Napoli ha avuto sempre una certa difficoltà ad affermarsi; c'è stata piuttosto un'aristocrazia predominante (a volte illuminata, a volte meno) e una forte componente plebea che avuto una grandissima forza propulsiva anche per l'economia, seppur sommersa. Quello che è mancato, secondo me, è stata per certi aspetti una borghesia imprenditoriale che ha faticato a imporsi e che forse ha creato qualche difficoltà nella crescita di un tessuto sociale di un certo tipo; dopodiché però Napoli non è tutto quel male che si vuol far credere.


9) Quanto l'autocommiserazione e il compiacimento dei propri limiti e vizi ha danneggiato l'immagine di Napoli, sebbene abbia contribuito a costruire un'idea “letteraria” talora esibita quale vincente?

Questa è una domanda interessante: io ho sentito diverse volte criticare alcuni aspetti  delle opere di Eduardo de Filippo, che metteva in risalto certi lati negativi di Napoli e lo faceva in tempi di crisi come quelli legati al dopoguerra, anche per un certo degrado morale che proveniva da fenomeni diffusi legati alla borsa nera... e comunque io credo che le cose negative non vadano nascoste: penso invece che vadano raccontate.
Quanto all'autocommiserazione, secondo me non è una cosa del popolo: il popolo certe situazioni in qualche modo le vive, e ha un atteggiamento più vicino alla capacità di sopportazione che all'autocommiserazione vera e propria, perché il Napoli nella sua complessità è una città dove c'è alla fine un senso di solidarietà forte, anche la voglia forte di aiutarsi - soprattutto nelle classi sociali più deboli e meno fortunate -; certo, poi in questo contesto si inserisce anche il vero problema di Napoli, che è un'organizzazione criminale la quale oggettivamente su questa situazione non facile (dal punto di vista sociale ed economico della città) prospera facendo crescere tutte quelle che sono le sue connivenze, le sue implicazioni, le sue radici - e quello è il vero grande problema che secondo me andrebbe risolto a Napoli, come del resto anche in Sicilia, in Calabria e nella gran parte del Meridione e che fondamentalmente però si è diffuso e ramificato anche al Nord, perché nel momento in cui le liquidità maggiori sono in mano organizzazioni criminali si è in un'economia falsata che crea sperequazioni e problemi anche dal punto di vista della concorrenza e si generano una serie di intoppi allo sviluppo economico dell'intero Paese.


10) La letteratura e la filmografia sulla camorra hanno incrinato l'immagine di Napoli più di quanto abbiano rafforzato una coscienza civile legalitaria?

Secondo me no, non hanno incrinato più di quello che già si sentiva... in qualche modo hanno fotografato certi problemi; e quello che si diceva prima per Eduardo riguarda neanche Saviano: non è che ci si è posti l'obiettivo di estirpare la camorra o lo spaccio della droga da quartieri come Secondigliano; Saviano, come tutti quelli che fanno comunicazione, con gli strumenti che ha (che sono straordinari) porta avanti un discorso di conoscenza, ché certe cose si devono conoscere.
Poi chi, leggendo Gomorra, non prendere iniziative per certi tipi di provvedimenti... quello è un problema suo, non di chi, francamente, lo ha denunciato.


11) A suo parere, qual è la percentuale di coloro, tra i non napoletani, che sia a conoscenza che Napoli è stata tra le prime tre città al mondo per tecnologia, cultura e arti?

Non molti, ma neanche tra i napoletani; credo che la percezione che si ha di Napoli non sia questa: non quella di una città che tuttora è all'avanguardia, per esempio nel campo della ricerca. Penso sia meno del 10% sicuramente, perché la media è quella là, la percezione generale. Non c'è percezione della ricerca scientifica, dello sviluppo, dell'eccellenza della medicina... siamo nella media di quelle che sono le realtà nazionali.


12) Qual è, secondo lei, l'istituzione di maggiore eccellenza napoletana?

In questi anni noi abbiano avuto la fortuna di avere un'eccellenza napoletana ai vertici dello Stato, che è il presidente Napolitano, il quale, aldilà dell'essere napoletano, secondo me ha fatto capire a tutti cosa vuol dire essere italiano, essere in qualche modo garante dell'unità nazionale: questo è un altro di quei problemi che, se non altro come italiani, abbiamo dovuto affrontare in questi anni, e speriamo che certe spinte centrifughe siano finite.
A Napoli di eccellenze ce ne stanno tante: penso per esempio alla facoltà di Ingegneria del Politecnico, che sforna ogni anno menti eccellenti e ragazzi preparatissimi, ma c'è anche qualche istituzione che ha dei seri problemi economici in questo momento, come il Dipartimento di Studi Filosofici di Marotta - ma purtroppo, quando ci sono problemi economici, si sa, il primo a soffrirne è il settore della cultura e della ricerca.
Poi penso a un mio caro compagno di scuola, il professor Ballabio, che è uno dei principali motori di Telethon: sono realtà che, partendo da Napoli, hanno davvero irrorato il mondo. Forse a Napoli manca un po' la capacità di fare squadra e di fare rete in questo senso, ed è un peccato che certe eccellenze soffrano le difficoltà economiche di cui abbiamo parlato.

13) Un luogo, un monumento, un libro, una musica, un cibo, un vino che rappresentino Napoli, nella sua più autentica essenza, indichi un simbolo per ciascuna categoria.

Come luogo sicuramente Marechiaro, dove sono nato: chi è nato a Napoli, sente in qualche modo la poesia e la passione del richiamo del mare, lì c'è un grande artista come Salvatore Di Giacomo, che a quel luogo ha legato poesie canzoni e musica, c'è la bellezza del luogo e ci sono anche posti dove si mangia bene, quindi c'è tutto. Penso poi al Maschio Angioino, perché è un monumento che dà il senso della città lì dove sostanzialmente tante cose sono nate e si sono sviluppate, il vero centro di Napoli.
Come libro cito "Ferito a morte" di Raffaele La Capria, che per anni ha potuto rappresentare per molti il dramma dell'autocommiserazione raccontando un po' quelle che sono state nel primo dopoguerra la crescita e i tormenti di un giovane meridionale - La Capria fa parte di quella straordinaria generazione cresciuta (non a caso) al liceo Umberto, da cui provengo anch'io !!!, e raccontava, da giovane intellettuale dell'epoca, quello che era il suo particolare rapporto con la città (che con la sua bellezza e le sue attrattive poteva fare un po' perdere di vista determinati obiettivi privati, trovando l'annacquamento di certe volontà rivoluzionarie). E poi, ripeto, tutte le opere di Eduardo de Filippo, che mi hanno accompagnato negli anni di scuola e non solo.
Per la musica mi è difficile identificare qualcosa... secondo me non c'è niente di più emozionante del coro di tutto lo stadio quando vince il Napoli che canta " 'O
Soldato 'nnamurato"... lì percepisco delle vibrazioni particolari.

Può far ridere, ma è il ragù "alla genovese", che si dice alla genovese ma è napoletanissimo: si prepara con le cipolle, con il macinato tritato sottile con le carote e una serie di altre verdure, ma soprattutto si fa con la pazienza... deve cuocere parecchio tempo e sostanzialmente deve diventare nero.
Come vino non posso che ricordare il vino che mio padre, quando eravamo ragazzi, portava da Ischia - che è una rarità, essendo quello un territorio vulcanico e fertilissimo -: è un vino bianco, straordinario, perché ha corpo ma nello stesso tempo è molto fresco e si può tranquillamente bere con il pesce. Ecco, io credo che sul piano dell'alimentazione e del buon bere Napoli sia stata all'avanguardia per tanti anni. Ma mentre prima era una cosa artigianale, dal momento che si trovavano i contadini di strada che vendevano direttamente il vino, adesso c'è, anche dal punto di vista economico, una buona crescita delle case vinicole e di molte aziende enogastronomiche le quali sono riuscite a dare una dimensione professionale in questo senso, e devo dire che a Napoli adesso si mangia molto bene.

14) Quanto la creatività che Le viene riconosciuta è debitrice nei confronti della tradizione, della formazione e del fascino emanato dai luoghi della sua città? In altre parole quanto ne è idealmente figlia, benché adulta e ormai autonoma?

Credo che chi è nato a Napoli è orgoglioso, sì, di essere napoletano, ma anche di essere italiano: cioè, credo che a Napoli ci sia una diffusa volontà di accoglienza e una certa capacità di stare a contatto con gli altri, e determinati fenomeni suppongo che a Napoli non potrebbero mai svilupparsi; da questo punto di vista a Napoli, anche fisicamente, convivono quartieri altoborghesi ed estremamente popolari, cosa che in altre città davvero non succede.
Quindi per questo verso credo che essere napoletani aiuti sul serio a sentirsi maggiormente integrati nel tessuto italiano e per certi aspetti anche cittadini del mondo, perché oggi l'integralizzazione e la globalizzazione sono un qualcosa di ampiamente condiviso: chi ha questa idea veramente ha una marcia in più, bisogna aprirsi al mondo pur mantenendo la propria originalità e la propria identità creativa. Ecco, se mi si chiede in che cosa la napoletanità mi abbia agevolato nel mio lavoro, due cose devo ammettere: la spontaneità (che talvolta può dare anche qualche problema, ma sicuramente dà una marcia in più) e la creatività: credo che, in questo senso, nascere a Napoli mi abbia aiutato.

copyright © 2013 Mariano Corcione