ENZO ALBERTINI,

Nel cuore del decumano maggiore, ovvero in via Tribunali di fianco alla mole della Basilica di San Paolo Maggiore che in passato fu il tempio dei Dioscuri  e di fronte alla Basilica di San Lorenzo Maggiore capolavoro del gotico partenopeo, ci affacciamo in piazza San Gaetano, uno dei 54 santi patroni di Napoli, laddove in un limitrofo vicolo cieco troviamo l’ingresso della Napoli Sotterranea.
Da molti anni attraversiamo quella strada osservando con curiosità la piccola folla di turisti e visitatori che si accalca, in ogni periodo dell’anno e con qualunque tempo atmosferico, all’ingresso di quei misteriosi meandri fatti di roccia di tufo e pozzolana che attraversano sottoterra gran parte del territorio cittadino.
Si tratta di una folla che non sorprende più di tanto gli abitanti del quartiere dal momento che nel loro patrimonio genetico, come nella memoria collettiva di tutti i napoletani doc, persiste il ricordo di quando nella piazza, agorà nella greca Neapolis, si svolgevano le più importanti attività commerciali e di quando la “via dei pastori”, ovvero  San Gregorio Armeno, era la via degli Augustali e ancor prima il luogo dove veniva onorata Cerere la divinità della terra e della fertilità. Si trattava, e ancora oggi si tratta, dell’antico cardine che collegava le due più famose strade cittadine e cioè il decumano maggiore, via Tribunali, con il decumano minore definito in epoca contemporanea Spaccanapoli; la strada viene descritta nelle maggiori guide turistiche straniere come “street of nativity workshop” e non poteva essere diversamente visto che l’attività commerciale predominante consiste nella produzione e nella vendita di presepi, pastori e di tutto ciò che occorre per il bricolage natalizio.
Ma torniamo alla Napoli Sotterranea e cerchiamo di capire i motivi per cui questo sito è considerato, almeno dalla metà degli anni ’80 e con circa centomila presenze l’anno, uno dei luoghi più visitati e affascinanti della città.
E’ da sempre che l’uomo abita le profondità della terra ma è da almeno cinquemila anni, e cioè sin dal neolitico, che a Napoli l’uomo scava creando ipogei per celebrare riti funerari, aprendo cave di tufo giallo napoletano per costruire in superficie, realizzando acquedotti per soddisfare il fabbisogno idrico della comunità e per un’infinità di altre ragioni. Tuttavia solo dopo la fine dell’800, data in cui il sottosuolo fu esplorato dagli specialisti solo da un punto di vista archeologico, il sottosuolo partenopeo comincia a suscitare un reale interesse stimolando, nel 1889, l’ingegnere Guglielmo Melisurgo a scrivere il volume “Napoli Sotterranea” e nel 1967 il Comune di Napoli, attraverso la costituzione di una apposita commissione di studio, realizza il volume “Il sottosuolo di Napoli”; entrambi gli studi sono ritenuti ancora oggi fondamentali per tutte le analisi e le indagini che vengono avviate su quella che può essere, a buon diritto, definita la “città parallela”.
Ma il vero salto di qualità che ha consentito ai napoletani di riscoprire una realtà ormai dimenticata e che ha fatto conoscere al mondo intero il fascino della Napoli Sotterranea si è potuto attuare soltanto grazie alla realizzazione di un sogno che il geologo e speleologo Enzo Albertini ha perseguito per decenni, prima in qualità di studioso e poi a capo della omonima associazione culturale.
Nel corso di un’intervista il presidente dell’associazione ci conferma che “turisti di ogni nazionalità hanno calcato, negli ultimi anni, il basolato in pietra lavica e sfiorato le mura tufacee degli antichi acquedotti  partenopei provando meraviglia e stupore per una realtà davvero unica nel suo genere; tutto si svolge sotto la città e nel cuore della città fra cunicoli stretti e ampie cisterne disseminate di greppiate che consentivano ai pozzari di muoversi durante i lavori di manutenzione” . Difatti non dobbiamo dimenticare che qui fu realizzato il più antico acquedotto di epoca greca, detto “della Bolla”, che portava acqua dall’entroterra campano e precisamente dalla piana di Volla nonché fu costruito, in epoca romana, l’acquedotto augusteo che alimentava la città dopo aver percorso oltre 170 chilometri; quest’ultima viene considerata dagli storici una delle più importanti opere realizzate sotto il regno di Augusto. Gran parte dell’opera venne integrata con un reticolo di cunicoli che si estendevano per centinaia di chilometri e durante la seconda guerra mondiale gli ambienti più grandi, opportunamente modificati dal Genio Militare, vennero utilizzati come ricoveri e rifugi antiaerei che consentirono a decine di migliaia di persone di salvarsi da morte certa.
 Percorsi i 140 gradini dal vano d’ingresso e raggiunti i 42 metri di profondità, a una temperatura costante di 17 gradi e un’umidità del 90 per cento, regna il più assoluto silenzio e ci si trova in una nicchia ecologica dove vive un’unica specie animale, innocua, schiva e pressoché invisibile: un ibrido ragno-grillo classificato come delicopode. Questo, con scale scavate nella roccia, è l’ingresso classico che tutti i visitatori hanno avuto modo di attraversare fino a questo momento. Di recente però è stato allestito un nuovo ingresso, “che - spiega Enzo Albertini – ci consente di penetrare nelle viscere della terra percorrendo un corridoio che si snoda tra pannelli luminosi riproducenti il magma e un sistema Dolby Surround che diffonde suoni e rumori reali registrati in prossimità di vulcani attivi”. Una performance davvero straordinaria soprattutto per le scolaresche, che in alcuni periodi dell’anno, affollano la struttura e ammirano, sui monitor sparsi lungo il percorso, i filmati che raccontano il viaggio dell’acqua e del magma nelle profondità della terra.
Oltre a ospitare visitatori provenienti da ogni parte del mondo, e ciò per Napoli rappresenta un notevole valore aggiunto in quanto anche il turista frettoloso amante del “mordi e fuggi” non rinuncerà a una discesa negli ormai famosissimi sotterranei, non esiste fascia d’età esclusa dalle visite; infatti proprio tutti, dai bambini di un anno ai novantasettenni, hanno affrontato i 140 gradini per provare quella che ricorderanno come la più grande emozione che possa essere provata in una città.
Il percorso si snoda lungo un tratto di acquedotto che ha funzionato fino al 1885 e che è considerato un vero capolavoro dell’ingegneria idraulica realizzato, a più riprese, in 2400 anni; penetra all’interno di alcune delle 14mila cisterne romane che potevano contenere fino a 400/500mc di acqua, laddove, grazie a un attento lavoro di ricostruzione, viene riproposto il meccanismo di prelievo dell’acqua dagli innumerevoli pozzi presenti in tutti i palazzi cittadini; procede suggestivamente  in uno stretto passaggio che obbliga ad avanzare lateralmente tenendo fra le mani le tradizionali candele accese. Inoltre si possono osservare le tecniche impiegate dai “cavamonti” per il prelievo di tufo dalle cave greco-romane; si può rivivere l’atmosfera dei rifugi antiaerei dove migliaia di persone, nel non troppo lontano 1943, si radunavano appena sentivano le sirene di allarme e i sibili provocati dalle 28mila bombe sganciate sulla  città dagli americani nel corso di circa duecento incursioni aeree. E a questo punto Albertini ci fa notare un’installazione posta esattamente al di sotto di un pozzo che in superficie corrisponde al chiostro di San Paolo Maggiore laddove tre bombe si autodisinnescarono incastrandosi senza esplodere; molta gente si salvò e l’accaduto “vox populi” fu considerato un vero miracolo.
Inoltrandosi ancora lungo il percorso si può sostare in una cantina collegata, attraverso una scala quasi elicoidale realizzata all’interno di un pozzo, con il chiostro di Santa Patrizia all’interno del complesso conventuale di San Gregorio Armeno; qui la monaca bizantina venerata come santa dalla Chiesa cattolica, da secoli, replica il miracolo della liquefazione del sangue anche un paio di volte la settimana. Nello stesso ambiente veniva conservato, un tempo, il caratteristico vino Tufello così chiamato proprio perché conservato all’interno di ambienti tufacei e che oggi viene riproposto all’attenzione degli intenditori e dei buongustai dall’associazione Napoli Sotterranea.
Delle circa due ore di escursione fa parte anche un percorso scientifico che prevede la visita alla stazione sismica Arianna, realizzata in collaborazione con il Dipartimento si scienze della terra dell’ateneo federiciano e dove, ogni tre minuti, si registrano aggiornamenti sui movimenti tellurici; inoltre è prevista una visita alla stazione meteo dove è possibile, attraverso un continuo monitoraggio, confrontare i dati sotterranei con quelli di superficie. Infine, tornati ormai in prossimità dell’ingresso, si può osservare un piccolo ma corposo Museo della Guerra, unico nel suo genere in città, che dovrebbe rappresentare il nucleo fondativo di un Museo delle Quattro Giornate di prossima realizzazione.
Quando il tour pare terminato ancora un’altra sorpresa si svela ai nostri occhi e osserviamo Enzo Albertini che, in un cosiddetto “basso” tipica abitazione popolare napoletana sito in vico Cinquesanti, sposta un letto e apre una botola attraverso la quale si accede alla summa cavea del teatro greco-romano dell’Anticaglia che si estende al di sotto di circa duecento abitazioni e che vide, nel 64 d.C., come attore debuttante lo stesso imperatore Nerone. Lo spostare quel letto e l’aprire quella botola che consentiva l’accesso, fino a non molti anni fa, a una cantina privata è un rituale che viene ripetuto da almeno 500 anni per depositarvi vino, derrate alimentari e manufatti vari.
Ciliegina sulla torta e a dimostrazione dell’impegno culturale dell’associazione, a poca distanza laddove c’era una vecchia bottega di falegname, è stata allestita una mostra presepiale con 30 scarabattoli del 1700 esposti su uno sfondo originale di “opus compositum” romano secondo il gusto classico introdotto da Carlo III° di Borbone.
Non c’è che dire Napoli Sotterranea in qualità di scavo archeologico e speleologico, di percorso didattico, di museo, di testimonianza di un passato reso vivo e attuale, di deposito di conoscenze sia umanistiche che scientifiche, rappresenta un vero e proprio incubatore culturale e il cuore pulsante di una città che ha deciso di riprendersi il posto che gli spetta nel panorama mondiale. Alla stessa maniera Enzo Albertini, da vero napoletano, ora imprenditore coraggioso, ora archeologo improvvisato, ora pizzaiolo ed enologo, ora speleologo e geologo di altissimo profilo professionale ha creato un’impresa che, oltre a dare lavoro a moltissimi giovani impegnati tutti i giorni dell’anno nell’accompagnamento dei visitatori, ha salvato una zona dal più completo degrado a causa della disattenzione della politica cittadina e della pubblica amministrazione.

Di Antonio Tortora

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