Prof. Francesco Corcione, chirurgo
1) Nato a Napoli: fierezza, imbarazzo, mero dato anagrafico?

Ovviamente dato anagrafico ma anche fierezza, perché io sono fiero di essere napoletano, l'ho raccontato già altre volte, io ho lavorato un po' in tutto il mondo, e per me la città più appassionante dove a me e ai miei figli piace vivere è Napoli, e quindi non ho mai ipotizzato, anche quando avevo 30 anni e mi fu offerto un contratto a Reims dove lavoravo, di lasciare la mia città. Poi una serie di circostanze fortuite, favorevoli mi hanno permesso di crescere moltissimo nella mia città, per cui mi posso ritenere fortunato perché ho esaudito i miei desideri, vivere nella città che amo e nello stesso tempo ricevere da questa città quello che probabilmente è difficile ricevere per altre persone.

2) Qual è la qualità vincente che le viene riconosciuta e che, a suo giudizio, è maggiormente legata al suo essere napoletano?

Dicono la genialità, anche se io sono un napoletano un po 'particolare perché ho un'educazione piuttosto rigida, lo riconosco, per cui nel " lasciamoci andare" del napoletano, nel carattere sempre gioviale, sempre allegro, sempre disponibile, io non mi riconosco . Mi riconosco più nel napoletano che è serio sul lavoro, come lo sono moltissimi napoletani, ma preciso , rigido, tra l'altro è il mio lavoro che mi impone questa nota caratteriale, tant'è che molti colleghi, del nord Italia soprattutto, mi definiscono come "lo svizzero napoletano", cioè uno che vive a Napoli, lavora a Napoli, in un ambiente che certamente è riconosciuto non come la Svizzera, però cerco di lavorare come se stessi in Svizzera, e devo dire che con i miei riusciamo a raggiungere dei livelli , naturalmente intendo organizzativi che è difficile ottenere nella nostra città.

3) Qual è la caratteristica vincente del suo essere napoletano, tra quelle chtalvolta vengono ritenute difetti?


Io sono presuntuoso...il difetto, per quello che mi riguarda, penso che sia sotto certi aspetti comunque un fatto culturale, nel senso che il napoletano – è colto , non teme confronti - ma ha un certo provincialismo insito nel suo Dna , e questo inevitabilmente lo porta a sentirsi almeno all'inizio un po' inferiore rispetto al corrispondente tedesco inglese o anche milanese, perché lo si ritiene sempre qualcuno che lavora in ambienti più organizzati, più apprezzati, che ha avuto una vita sicuramente più brillante, e quindi questo provincialismo ce lo portiamo dietro anche se non lo ammettiamo, è il difetto che tutti più o meno ci portiamo quando dobbiamo confrontarci.

4) Napoli e i napoletani: più orgoglio di luogo o più orgoglio di popolo, in quali proporzioni?

Il luogo sicuramente, io giro il mondo e quando torno a Napoli – ho un balcone
che mi permette di ammirarla – se sono stato in Brasile , negli Stati Uniti, arrivo a Napoli e dico : questo è il paradiso, quindi il luogo in primis, però in quel luogo ci stanno bene i napoletani, perché non vedrei una Napoli abitata dai milanesi. C' è una sorta di simbiosi tra l'arte del vivere napoletano e i luoghi che ospitano il napoletano che vive in quel modo. Quindi alla pari....lo stesso modo di attraversare ad esempio la strada quando non ci sono le strisce, di attraversare col rosso, è un modo talmente napoletano che si configura nelle stradine perché un boulevard enorme, per dire, gli Champs Elysées non permetterebbero mai di attraversare senza la dovuta cautela, a Napoli tutto è permesso perché è l'ambiente che crea le premesse perché si viva in quel modo....

5) Cosa migliorerebbe della Napoli che ha lasciato a suo tempo e cosa crede sia migliorato da allora?

Più che Napoli, cosa mi hanno dato determinati napoletani, perché io dico sempre non è la città , non è un ente che ti dà la possibilità di andare avanti nella vita , c'è il confronto con determinate persone, c' è la possibilità di avere un quid, un qualche cosa nella tua professionale, ovviamente non dalla città ma dagli uomini che gestiscono questa città, e devo dire che mi reputo fortunato, lo dico sempre - non è la prima intervista che mi fanno – perché mi sono trovato al posto giusto al momento giusto. Ho fatto tutta una trafila brillantissima all'università, ho ricevuto dall'allora manager del Monaldi, il dott Pirozzi l'input a diventare primario in un importante ospedale all'età in cui in Italia non si considera proprio di poter essere primario – lo sono diventato a 46 anni, portandogli un programma innovativo che lo ha affascinato e che è stato la mia arma vincente - allora devo dire che anche i manager con cui ho collaborato dopo la partenza del dott Pirozzi hanno capito che dovevano supportarmi o almeno hanno voluto supportarmi e mi hanno permesso di elevarmi sempre di più. Se non ci fosse stata questa collaborazione istituzionale, questa sinergia, certi livelli - devo dire abbiamo raggiunto dei livelli ragguardevoli – non li avremmo raggiunti. Diceva un vecchio maestro francese: " Quando si raggiungono degli obiettivi è come vincere la coppa del mondo di calcio. Ci vuole il Platini o il Maradona , ma da solo non basta; ci vuole l'allenatore che tiene unito il gruppo, ma da solo non basta; ci vuole l'arbitro che ti fischia il rigore a favore, ma da solo non basta; ci vuole il tifo della gente, ma da solo non basta; ci vuole la fortuna che ti fa andare il pallone in rete o il pallone dell'avversario sul palo "....se metti insieme tutti questi fattori , puoi dire "vinco la coppa del mondo". Ecco allora è come se avessi vino la coppa del mondo, perché probabilmente avevo Platini, poi però ho saputo creare una squadra , ho saputo capire da dove mi potevano venire certi vantaggi, ho potuto chiedere il tifo di persone che evidentemente mi volevano supportare, hanno creduto in me, e quindi evidentemente abbiamo vinto la coppa del mondo. Che cosa ho dato io a Napoli? In termini squisitamente chirurgici credo di aver dato a Napoli la possibilità di essere sempre capofila, diciamo, tra le città più accreditate in ambito chirurgico internazionale: tre volte l'anno opero a
Strasburgo, tanto per dirne una, dove ci sono cento chirurghi che vengono da tutto il mondo, e che assistono a questi interventi che noi facciamo in diretta, e sullo schermo , come si dice "sotto pancia" scorre ogni tanto nome , cognome, ospedale, città. Allora operare in diretta nel primo centro chirurgico del mondo davanti a cento chirurghi che vengono da tutto il mondo, dal Canada, all'India, al Giappone, e vedersi continuamente sottotitolato "Franco Corcione, Ospedale Monaldi – Napoli", significa mettere la mia città a livello di , non so, New York o Hong Kong, da dove vengono gli altri operatori, anzi , rispetto poi ai cento che vengono a guardare Napoli si pone tra le prime città, perché vuol dire che Napoli c'è una realtà che ha permesso a un chirurgo di esprimersi al meglio in modo da poter insegnare a persone che vengono da tutto il mondo. In un'altra nazione che è la Francia e non è , per dire, la Libia, quindi per lo meno alla nostra pari, o l'Inghilterra , a Dundee in Scozia, a Londra, in Brasile... questo centro di altissimo valore internazionale , il primo , ripeto , di insegnamento di chirurgia laparoscopica mi pone al top level e quindi poter dire "Vengo da Napoli, a Napoli abbiamo avuto la possibilità di crescere, di far crescere una chirurgia" per me è motivo di orgoglio.

6) Parafrasando John Kennedy, si chieda cosa abbia fatto Napoli per lei e cosa abbia fatto lei per Napoli e cosa ancora entrambi possiate o dobbiate fare.

Purtroppo tantissime cose...La cultura...poter cambiare il napoletano culturalmente. Faccio due considerazioni che ho fatto proprio tornando una volta dall'Inghilterra, una volta dalla Francia. Prendo la metropolitana un lunedì tornando dopo un congresso di tre giorni all'estero, esco al Policlinico, c'è la scala mobile. La cultura del napoletano:tutti assembrati sulla scala mobile, ed impediscono il passaggio a quelli che hanno fretta; vengo da una realtà come la metropolitana di Londra dove c'è il rispetto assoluto della fila e di quelli che hanno fretta e salgono. Qua è impossibile: c'è la calca , tutti salgono insieme, devono parlare e se ne fregano...non è niente, sono 15 secondi che perdi, ma è un fatto culturale...Come pure un fatto culturale è stai fuori, torni a Napoli , al primo semaforo vedi che passano tutti quanti....certo con maestria, perché i napoletani sanno guidare molto meglio che gli stranieri, passano col rosso, non si fanno male - non sia mai lo facessero in Francia o negli Stati Uniti, ci sarebbero incidenti ad ogni incrocio - però è un fatto culturale.. "Perché devo passare?Perché ho fretta, perché tanto nessuno rispetta niente e quindi culturalmente posso agire così...e allora se potessi cambiare una cosa dei napoletani è la cultura della civiltà, il senso civico. Il senso civico non c'è, anche se c'è la genialità , il sacrificio, la duttilità in determinate situazioni...ma proprio manca il senso civico e diventa un fatto culturale che accomuna tutti, perché anch'io se devo salire le scale mobili mi metto a parlare col mio amico e me ne frego di quello che eventualmente deve passare , perché siamo cresciuti con quest'idea...basterebbe cambiare questa sola cosa perché Napoli cambiasse moltissimo.

7) Qual è il pregiudizio, il luogo comune riferito alla sua città natale in cui si è più frequentemente imbattuto?

Quello che avete detto voi prima, il fatto che è una terra di camorra, molti all'estero identificano la mafia con la camorra, questo torna spesso nelle discussioni soprattutto quando avviene qualcosa che viene pubblicizzato all'estero nei telegiornali, questo purtroppo è un marchio che ci portiamo, non c'è niente da fare, in Italia e all'estero.

8) Come cambia, se cambia, il suo modo di parlare di Napoli e di giudicarla, quando è lontano da essa e in presenza di non napoletani?

Io porto sempre Napoli sugli scudi, ma sono gli stessi stranieri , e questa è un'altra delle cose che mi fa più piacere fare, quando organizzo dei congressi, vengono stranieri da tutto il mondo, poi se ne vanno affascinati, chiaramente vengono ricevuti nel migliore dei modi, ospitati nel migliore dei modi, però si vede che traspare l'interesse per quello che hanno visto di unico , di incantevole, di veramente bello. Per quello che mi riguarda io sono sempre stato molto oggettivo, ho sempre decantato la mia città facendo però capire perché la decantavo, e tra questi aspetti positivi che decantavo c'è anche lo spirito del napoletano...e un modo di vivere eticamente, socialmente semmai non corretto,però è un modo di vivere che in ogni caso affascina. In ogni caso sono stato anche spietato con la mia città , quando si è trattato di andare ad inaugurare l'anno accademico a Siviglia, parliamo di tre o quattro anni fa, era il momento della spazzatura , su tutti i giornali del mondo c'era Napoli in prima pagina, non potevo nascondere che venivo da Napoli, non me lo sarei mai sognato , anzi , apro e chiudo una parentesi, al tassista che mi chiese da dove venivo stavo dicendo Roma, poi mi dissi , perché devo dire Roma?Napoli, e lui subito, ah Napoli, la spazzatura...ecc Quando vado a questo congresso dell'inaugurazione, faccio vedere la prima diapositiva, Napoli piena di spazzatura: "Guardate da dove vengo, da questa città che è piena di spazzatura come tutti voi sapete, ma per un problema che non dipende da noi napoletani, sono sicuro che in poco tempo sarà tutto ripulito - intanto faccio vedere due immagini della Napoli bella – e Napoli tornerà ad essere la città che tutti amano, ecc ecc, però non puoi nascondere, non puoi far finta di niente.. Noi napoletani abbiamo qualcosa di arabo, un po' la rassegnazione, per cui quando c'è stato il momento dell'immondizia noi eravamo rassegnati, passavamo davanti a cumuli di spazzatura, ce l'avevamo sotto casa, la respiravamo, semmai passavamo con la mano sul naso, però nessuno si è ribellato. Sì, i giornalisti....la lettera al giornale, ma in altre città sarebbe successo ben altro... Per cui questa rassegnazione ce la portiamo anche come elemento negativo, però non possiamo far finta di niente; quando la situazione è talmente eclatante dovremmo avere uno spirito di rivincita , allora quando stai a confronto con altre persone nasconderlo è ancora peggio.

9) Quanto l'autocommiserazione e il compiacimento dei propri limiti e vizi ha danneggiato l'immagine di Napoli, sebbene abbia contribuito a costruire un'idea "letteraria" talora esibita quale vincente?

Come dicevo prima , il napoletano è un po' arabo, molte volte si commisera da solo, perché fa parte proprio del carattere del napoletano, degli arabi in genere. Io faccio sempre riferimento alla Palestina dove vado spesso, e vedo che c'è una correlazione precisa tra la mentalità araba e quella napoletana., nel senso che il napoletano fa le sceneggiate nel bene e nel male. Se un parente ha un problema, una complicanza , una notizia, si dispera, piange, si commisera come se fosse crollato il mondo, per cui la mentalità occidentale di saper razionalizzare qualsiasi cosa è un po' lontana dalla nostra cultura...questo è legato alle varie dominazioni che hanno portato anche ad una stratificazione caratteriale.


10) La letteratura e la filmografia sulla camorra hanno incrinato l'immagine di Napoli più di quanto abbiano rafforzato una coscienza civile legalitaria?

Secondo me sì, nel senso che tutti i libri e i film sulla camorra non hanno fatto altro che rafforzare il concetto di camorra. Vedo che ci sono dei momenti nella vita di Napoli in cui c'è maggiore interesse verso la delinquenza e questi momenti coincidono quasi sempre con una recrudescenza della criminalità ma anche con un incremento del pubblicità sull'argomento. Su varie televisioni private passa sempre quel film di Tornatore, Il camorrista, l'avrò visto centinaia di volte facendo zapping, ma che interesse può avere ripresentarlo continuamente? Significa che lo richiedono e lo vedono, e questo rafforza l'idea della persona potente, importante, in cui molte persone poi si riconoscono, e questo comporta una recrudescenza della criminalità. Più si parla di omicidi in famiglia , tra figli e mamma, e più questi aumentano, paradossalmente...diventa una pubblicità negativa, in quanto ispira dei concetti che non si erano mai manifestati...come pure il suicidio...per carità serve informare, anche il libro sull'argomento, anche per far conoscere determinate realtà,ma insistere , pubblicizzare, calcare alla fine danneggia.


11) A suo parere, qual è la percentuale di coloro, tra i non napoletani, che sia a conoscenza che Napoli è stata tra le prime tre città al mondo per tecnologia, cultura e arti?

In ambito culturalmente elevato sono moltissimi. I colleghi che vengono da altre città, da altri paesi, sanno benissimo che era una capitale, conoscono benissimo la storia , naturalmente parliamo di persone di un certo livello.


12) Qual è, secondo lei, l'istituzione di maggiore eccellenza napoletana?

Qui è difficile dirlo, è difficile fare una classifica, può essere un ospedale come una fabbrica..ecco, il San Carlo,mi fa piacere che molte persone che vengono da altre città vengono al San Carlo per qualche opera , mi chiedono di organizzare qualcosa con loro, vengono con lo spirito di acculturarsi in un ambiente che sappiamo unico al mondo


13) Un luogo, un monumento, un libro, una musica, un cibo, un vino che rappresentino Napoli, nella sua più autentica essenza, indichi un simbolo per ciascuna categoria.

Un luogo , i Decumani , piazza del Gesù, è sempre un momento di grande emozione, mi sembra di vivere nella Napoli del '600, i palazzi storici, che farebbero invidia a tanti altri popoli, un luogo di Napoli per me è quello. Un monumento un monumento curioso che a me piace molto, forse poco conosciuto, il corpo di Napoli a piazzetta Nilo un libro : a me è piaciuto molto Gomorra, aldilà di quel che ho detto prima, mi ha aperto la mente su alcune cose che io napoletano non sapevo, mi ha colpito molto, mi è rimasto impresso, non l ho riletto perché è stato molto duro, però mi ha dato un'emozione una sferzata da napoletano che non immaginavo. una musica "Era de maggio", la canzone più bella in assoluto un cibo, il ragù un vino, mi piace l' Aglianico ma se dovessi dire un vino tipico che non è buono, ma anche il Gragnano....

14. Napoli è una città da sempre afflitta da malanni, fisici, economici, morali, ma anche di grandi guarigioni, talvolta attribuite a miracoli.

Un medico deve guardare all'evento miracoloso come all' estrema soluzione di una patologia, ma anche come una propria sconfitta (Moscati a parte), la speranza nel quale, tuttavia, non può cancellare dall'anima di chi soffre. La scienza medica ha avuto a Napoli, e nei suoi dintorni (Salerno), sedi e scuole di eccellenza.
Un medico a Napoli, deve operare anche tra attese di eventi sovrannaturali e tra superstizioni, senza smarrire la natura scientifica della propria missione. Cosa resta e coesiste in un uomo di scienza, del sentimento napoletano che guarda ad ogni avversità come risolvibile, arrangiandosi, pregando, impegnandosi, in fondo, ma anche sperando oltre ogni ragionevole limite?
Mi reputo un uomo di scienza perché faccio un lavoro in cui ci deve essere cultura, ci deve essere scienza, ma sono anche molto religioso, mi avvicino molto al popolo che soffre, alla persona che soffre , come vede qui sono circondato anche da icone, intanto perché credo che noi come medici possiamo fare fino ad un certo punto,c'è un quid che ci sfugge sotto tutti i punti di vista. Lo dico scherzando perché non si può mai dire con troppa serietà , ma a volte vedo i miracoli, lo vedo nell'evoluzione di una malattia, in un atto chirurgico, per cui credo che un quid di soprannaturale ci sovrasta sempre, ci guida sempre, e fa parte della nostra vita saperlo accettare o meno. La persona che soffre si rivolge al medico credendolo un dio capace di dargli l'immortalità, di risolvergli tutti i problemi...

 

copyright © 2013 Mariano Corcione