GENNARO DE CRESCENZO xxxxxxxx


“ Tra il 1870 ed il 1913 circa cinque milioni di meridionali partirono dalla loro terra…….Verità incontrovertibile è che fino al 1860 nessuno, da Gaeta a Trapani, era mai partito per andare a cercare un lavoro in giro per il mondo” – così si legge verso la metà di un paragrafo dedicato all’emigrazione nel volume “I peggiori 150 anni della nostra storia: l’unificazione come origine del sottosviluppo del Sud”, scritto recentemente da Gennaro De Crescenzo per la casa editrice “il giglio”; e alla stessa maniera prosegue: “Il totale delle rimesse (degli emigranti) dei Banchi di Napoli  e Sicilia con i soldi delle lettere raccomandate ammonterebbe a circa 40 miliardi di lire nel 1910: quei dollari furono drenati, pompati a favore del Nord”.
Ma chi è Gennaro De Crescenzo?  Come osa mettere in discussione i dogmi dell’Unità d’Italia?
E’ un docente di storia e letteratura, specializzato in archivistica, paleografia, diplomatica e in scienze della comunicazione che, nel lontano 1993, ha fondato il Movimento Neoborbonico avviando di fatto un processo di revisionismo storico importantissimo per la città e per l’intero Paese.
La storia del Regno delle Due Sicilie costituisce uno dei gangli nevralgici per l’interpretazione di tutti i fenomeni sociali, economici, politici ed antropologici che si sono verificati negli ultimi fatidici 150 anni; parimenti rappresenta il punto d’arrivo di una storia millenaria che si snoda fino a comporre quella vera unità politica che pone Napoli e tutti i territori meridionali al centro della cultura europea e mondiale in un’epoca che spazia fra la prima metà del ‘700 e la seconda metà dell’800.
Per meglio capire il pensiero del prof. De Crescenzo e di tutto il Movimento attorno a lui costituito abbiamo chiesto se fosse monarchico, idea anacronistica e che pure sopravvive nei recessi più profondi del pensiero politico europeo, e la risposta è stata sorprendentemente negativa in quanto “i Borbone sono soprattutto dei simboli della storia e della cultura del Mezzogiorno”; abbiamo chiesto se fosse separatista, se non altro per spirito di contrapposizione alle idee secessioniste della Lega Nord, e la risposta è stata imprevedibilmente negativa poiché “il Sud ha contribuito in massima parte alla formazione di questa nazione e i conti unitari sono ancora aperti”; abbiamo chiesto ancora se fosse federalista, ricordando la figura del filosofo ed economista napoletano Antonio Genovesi che già nel ‘700 si esprimeva a favore di una sorta di federalismo ante litteram, e la risposta è stata davvero inattesa in quanto anch’essa negativa “dal momento che tutte le forme di federalismo proposte sono funzionali solo agli interessi del Nord”. Dunque niente länder su modello tedesco e niente commonwealth su modello britannico. E’ chiaro, ci troviamo di fronte a un Movimento teso a ricostruire la memoria di territori ricchi di una storia antica e complessa che non può e non deve essere dimenticata e non un Movimento teso alla distruzione e allo smembramento di una unità davvero sofferta.
Abbiamo l’impressione, stando al tenore dell’intervista, ai messaggi contenuti nei documenti redatti dai neoborbonici nonché agli scritti del leader di questa corrente revisionista che non si vada contro qualcosa o qualcuno ma si cerchi solo di ridare dignità e valore a quella che è stata da più parti definita “una storia negata”.
De Crescenzo, mostrando assoluta padronanza della materia e reduce da un memorabile dibattito-confronto con il docente piemontese di storia medievale Alessandro Barbero, tenuto di recente presso l’editore Laterza di Bari, ha aggiunto: “nelle regioni meridionali erano capillarmente diffuse le scuole normali (laiche) e quelle ecclesiastiche. Senza parlare poi delle eccellenze a livello scientifico, giuridico e medico rappresentate dalle Università delle Due Sicilie, con 10.528 iscritti a fronte dei 5.203 studenti in tutto il resto d’Italia” e snocciola una serie impressionante di dati socio-economici  e di primati del Regno delle Due Sicilie che contraddicono in maniera analitica e definitiva tutti i pregiudizi che da un secolo e mezzo denigrano il Sud.
Non vogliamo e non possiamo elencarli tutti questi primati ma ci piace ricordarne qualcuno per non tacere del coraggio illuninato e della dinamica intraprendenza del popolo partenopeo: primo Codice Marittimo nel mondo a opera di Michele Jorio nel 1781; prima istituzione di assistenza sanitaria gratuita a San Leucio (Ce) nel 1789; prima nave a vapore, la “Ferdinando I°”,a solcare le acque del Mediterraneo nel 1818; primo telegrafo elettrico in Italia inaugurato il 31 luglio del 1852; primo Stato europeo e leader mondiale nella produzione di guanti, nel 1859, con 700.000 dozzine di paia l’ anno. Appare superfluo dire che, in epoca contemporanea, tale produzione è quasi del tutto scomparsa a causa di una politica industriale dissennata e punitiva nei confronti di tutte le forme di artigianato. Inoltre fino all’anno precedente all’Unità d’Italia nel Regno di Napoli si registrava la più bassa percentuale di mortalità infantile dell’intero Paese, il più alto numero di pubblicazioni di giornali e riviste d’Italia con 113 tipografie nella sola Napoli con migliaia di occupati nel settore editoriale ed infine cosa che, ne siamo sicuri piacerà molto al lettore, il minor carico tributario erariale in Europa.
Abbiamo volutamente omesso i primati più citati dai media e più conosciuti dalla gente per indicarne di nuovi e per allargare il fronte della conoscenza. Ed è proprio il prof. De Crescenzo ad aver raccolto tutti questi dati e molti altri ancora, attraverso l’analisi certosina di migliaia di documenti e a riportarli nel volume “Le industrie del Regno di Napoli”, edito da Grimaldi nel 2002, riproponendosi di continuare le ricerche per il ristabilimento della verità storica in una ampia zona del Paese dove, nonostante la contiguità tra malapolitica e malaffare, sono in molti a resistere sul mercato interno e a riversare in altri paesi la genialità e la sagacia dell’indomito spirito partenopeo.
Alla crisi economica attuale ci piace contrapporre un dato inconfutabile che dimostra come quando il Dna partenopeo e meridionale poteva operare in autonomia rispetto al resto del Paese, nel 1860 rispetto alla maggior quantità di Lire-oro conservata nei Banchi Nazionali, dei 668 milioni di Lire-oro, patrimonio di tutti gli Stati italiani messi insieme, ben 443 milioni appartenevano al Regno delle Due Sicilie. Evidentemente la dinastia regnante non opprimeva fiscalmente e burocratimente i fabbricanti, i commercianti e gli artigiani bensì favoriva, anche con ogni mezzo protezionistico, lo sviluppo industriale, manifatturiero e commerciale dell’intero Regno.
“Nessuno ha mai spiegato perché masse di milioni di individui siano stati costretti a emigrare – aggiunge l’illustre storico – e bisogna leggere i testi stranieri per intravedere un certo senso di colpa per tutto ciò che è accaduto e che ancora accade in termini di emigrazione e di fuga dei cervelli; nei testi italiani nemmeno si tenta di darne una spiegazione e in quelli scolastici nessun parere critico viene espresso; evidentemente c’è ancora molto da fare e non ci fermeremo”.
Il Movimento sta crescendo e oggi difficilmente qualcuno può permettersi, attraverso i media più autorevoli e popolari, di offendere il Mezzogiorno d’Italia senza che venga provocata una reazione di orgoglio e dignità.
In quel lontano 7 settembre 1993 il primo nucleo del Movimento Neoborbonico si radunò al Borgo Marinaro ovvero dove approdarono i primi Greci che fondarono Napoli, per controcelebrare l’arrivo di Garibaldi nella nostra antica capitale nello stesso giorno del 1860, intonando per la prima volta l’inno ufficiale del Movimento, scritto dall’indimenticato Riccardo Pazzaglia sulle note dell’inno nazionale delle Due Sicilie di Giovanni Paisiello.
Attualmente, dopo circa 20 anni di entusiastica attività, di centinaia di pagine di curriculum vitae, decine di libri pubblicati, centinaia di convegni, incontri, ed eventi di varia natura si può dire senza tema di smentita che Napoli sta recuperando, proprio grazie a questa febbrile e costante attività, la dignità perduta e le verità di una storia non più negata che ancora promette scoperte e rivelazioni. L’esiguo numero di coraggiosi fondatori del Movimento è oggi diventato un piccolo esercito che analizza le politiche governative attraverso il Parlamento delle Due Sicilie, una sorta di governo ombra meridionale; che diffonde notizie e documenti per mezzo della Rete di Informazione delle Due Sicilie coordinato dall’infaticabile Alessandro Romano raggiungendo quasi quindicimila iscritti; che si stringe attorno al sito internet di riferimento “neoborbonici.it” con circa diecimila iscritti e con un traffico che ammonta a circa cinque milioni di contatti dal 2005 ad oggi.
E’ stato anche attivato un gruppo ufficiale su Facebook che in pochissimo tempo ha raccolto ben cinquemila iscritti e che, seguendo anche le attuali mode informatiche giovanili, sta crescendo velocemente.
Per curiosità aggiungeremo che attualmente sono proprio i giovani a chiedere di organizzare convegni ed incontri nelle scuole sul loro passato e su ciò che ha rappresentato il Regno delle Due Sicilie, mostrando un senso di responsabilità superiore a quello dei loro insegnanti che ancora spiegano la storia in modo pregiudiziale e paradigmatico; lo stesso Gennaro De Crescenzo, che sta dedicando la sua vita all’insegnamento oltre che alla ricerca storica, ci conferma questa tendenza che fa ben sperare per il futuro.
Ed ancora e infine ci piace notare come in ambito calcistico, e più precisamente nella tifoseria partenopea laddove giammai un simbolo politico era stato esposto, la bandiera del Regno è stata ben accettata ed è andata via via sostituendo la bandiera confederata statunitense che nulla aveva a che fare con la Patria duosiciliana; anzi essa è diventata un potente simbolo rievocatore e di unità per tutte le squadre meridionali a giudicare dall’avversione che suscita presso le tifoserie avverse.
Qualcosa sta cambiando e Napoli, afflitta da tanti mali fin troppo propagandati, ha bisogno di fermarsi a riflettere e a recuperare il suo passato seguendo le linee che, meritoriamente, il Movimento Borbonico e il suo leader stanno tracciando.

Di Antonio Tortora


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