LUCA DE FUSCO, regista teatrale


  1. Nato a Napoli: fierezza, imbarazzo, mero dato anagrafico?

Un po' tutte e tre, è un argomento di fierezza perché noi siamo facili a raggiungere le eccellenze: per esempio, se un napoletano è una persona per bene, non conosco altra persona per bene migliore di lui; ma è un motivo di imbarazzo perché siamo molto bravi a non coprire la fascia media e siamo anche capaci di commettere abissi di abominio; poi è anche un dato anagrafico.

  1. Qual è la qualità vincente che le viene riconosciuta e che, a suo giudizio, è maggiormente legata al suo essere napoletano?

Forse, come organizzatore culturale prima in Veneto e poi qui, quando sono arrivato in questo festival così ricco e diventato subito povero, mi sono sentito come tante volte l'uomo giusto al momento sbagliato. Uno dei modi per costruire delle cose non di vetrina ma che siano produttive e che nascano e crescano in città di rilevo è la politica delle co-produzioni, e io sono molto bravo a mettere insieme soggetti e a unirli in un progetto: ecco, credo che questa sia una capacità tipica dei napoletani, che hanno il grande pregio di saper trattare con un naturale istinto mediatorio e in questo sono diversi, per esempio, dai siciliani, che invece si irrigidiscono (conosco direttori di creati siciliani a cui piace tenere il punto)... Noi siamo molto duttili, che per tanti versi è un difetto ma per altri è un grande pregio: noi siamo un popolo abituato a trattare con la gente che sbarca con le proprie navi e approda da duemila anni, e nel mio piccolo credo che questo lo so fare bene anche io.

  1. Qual è la caratteristica vincente del suo essere napoletano, tra quelle che talvolta vengono ritenuti difetti?

Quella di dirigere le cose che faccio tenendo la porta della mia stanza aperta, perché io posseggo una naturale teatralità quindi racconto sempre tutto a tutti; questo mi rende trasparente e diretto, per cui credo che nessuno possa dire di essere stato ingannato da me; questo credo che sia tipico dei napoletani, di "non sapersi tenere un cecio in bocca". Però noi napoletani viviamo un continuo "monologo esteriore".

  1. Napoli e i napoletani: più orgoglio di luogo o più orgoglio di popolo, in quali proporzioni?

Questo ormai lo si sa, Goethe sosteneva che è un paradiso abitato da diavoli, trovo che da quando me ne sono andato a quando sono tornato questo poco è molto peggiorato, si è imbarbarito e la componente lazzarona del popolo napoletano credo che sia molto peggiorata, pertanto penso che sia più attraente il luogo che in non il popolo che lo abita.

  1. Cosa migliorerebbe della Napoli che ha lasciato a suo tempo e cosa crede sia migliorato da allora?

Io ho un ricordo molto bello della Napoli degli anni '70, c'era un modo di fare anche la contestazione con ironia e senza prendersi mai troppo sul serio fine in fondo, che è un'altra grande virtù dei napoletani. Poi io ricordo con grande nostalgia anche la Napoli che ho lasciato poco prima di andare in Veneto, di fine Tangentopoli, verso l'inizio degli anni '90, quando c'era un tumulto di iniziative e di ricerche, forse alla fine dalla commissione bilancio della camera famigerata arrivavano fin troppe risorse, fin troppi soldi. Era una città molto vivace e viva, mentre ora è un periodo bruttissimo per questa città . Ma devo dire che mi sono perso quasi 10 anni, perché ero presissimo a dirigere lo Stabile del Veneto, perdendo in gran parte l'era bassoliniana, e non l'ho vissuta da vicino, ma solo dai giornali.

  1. Parafrasando John Kennedy, si chieda cosa abbia fatto Napoli per lei e cosa abbia fatto lei per Napoli e cosa entrambi possiate o dobbiate fare.

La risposta è tanto e tanto. Napoli per me ha fatto molto perché contrariamente al detto "nemo profeta in patria" la prima cosa importante l'ho fatta qui, inventando il Festival delle Ville Vesuviane e poi la maggior parte della carriera e delle cose importanti le ho fatte in questa città. Napoli è una città che quando ti contesta lo fa teatralmente, sui giornali, con le polemiche, in Veneto invece è tutto più sussurrato e ipocrita, qui è tutto più sfacciato - se non aggressivo-, però non posso onestamente dire che Napoli non mi abbia dato delle possibilità. Io sto lottando e lanciando appelli perché non si chiuda il Teatro Stabile di questa città, che è l'ultimo teatro diventato stabile e che sto difendendo con i denti e con le unghie per far sì che non sia il primo a uscire dall'elenco dei teatri stabili. Annunciando inoltre a novembre per giugno i dieci più importanti spettacoli in programma per quell'importantissimo festival internazionale, facendo questa programmazione "svizzera" - come la chiamiamo noi - e cercando di dare precisione (oltre al pregio) al nostro cartellone in modo che il teatro festival, da patrimonio culturale, diventi anche un patrimonio economico per la nostra città. Se proponessero ai cittadini di Avignone, o di Edimburgo, o di Siracusa che intendono chiudere l'istituzione del loro festival ci sarebbe sicuramente una rivolta: noi vogliamo fare in modo che per questo festival sia la città stessa a volerlo proteggere. Se riuscissimo a far diventare produttivo questo evento per la città sarebbe la città stessa che lo difenderebbe: questo è quello che sto cercando di fare; se ci riuscissi [...], per me sarebbe veramente una grande soddisfazione, perché vorrei (e questo è veramente un mio grande desiderio) che questo festival durasse per sempre, oltre la mia direzione, che non fosse una cosa transitoria come quelle che succedono solitamente a Napoli dove una cosa nasce esplode e poi sparisce, e che incidesse sulla struttura produttiva della città. Se il teatro, che è una cosa che fa così parte della nostra natura, producesse ricchezza, sarebbe veramente un modo di sfruttare il nostro petrolio interno.

  1. Qual è il pregiudizio, il luogo comune riferito alla sua città natale in cui si è più frequentemente imbattuto?

Infinite: quando dirigevo il teatro stabile del Veneto, nella terra del leghismo, a ogni conferenza-stampa scrivevano "De Fusco napoletano verace" e quindi un giorno pubblicamente dovetti dichiarare in conferenza stampa che non ero una vongola... quest'aggettivo fa pensare che in questa città tutto debba essere proletario o sottoproletario, dando l'immagine di una città stracciona; noi abbiamo personalità di rilievo, a partire da sarti eccellenti, da Marinella (che fa cravatte famose e richieste in tutto il mondo). Ma l'imbarbarimento e l'impoverimento progressivo di questa città, fino a farla diventare sempre più di lazzaroni (come se fossimo diventati tutti lazzaroni), è molto irritante e molto falso. Per me, il principale handicap alla mia direzione in Veneto è stata la mia cittadinanza. Nonostante portassi buoni risultati come il buon numero di presenze e anche il pareggio di bilancio, io non sono mai riuscito a farmi "perdonare" il fatto di essere napoletano. E per chi vive a Napoli - ché noi siamo un popolo pieno di difetti, ma tutt'altro che xenofobo - non si può immaginare come in alcune parti del Nord questo pregiudizio antinapoletano sia fortissimo.
Ad esempio, per la storia dei quintali di mondezza che ci circondavano, la gente mi fermava per strada e mi chiedeva se ne fossi personalmente responsabile perché, e in questo hanno ragione, secondo me noi non abbiamo la capacità di ribellarci in maniera costruttiva: ed era un po' anche colpa mia se c'erano montagne di immondizia per le strade.

  1. Come cambia, se cambia, il suo modo di parlare di Napoli e di giudicarla, quando è lontano da essa e in presenza di non napoletani?

La domanda è piuttosto maliziosa: sapete benissimo che noi napoletani che abbiamo affrontato la diaspora detestiamo sentir parlare male della nostra città dal di fuori. Noi ne parliamo malissimo da dentro, ma non sopportiamo l'idea che qualcun altro ne parli male.

  1. Quanto l’autocommiserazione e il compiacimento dei propri limiti e vizi ha danneggiato l’immagine di Napoli, sebbene abbia contribuito a costruire un’idea “letteraria” talora esibita quale vincente?

Moltissimo! io quando ho fatto le "Ville Vesuviane", facevo Schnizler e Marivaux... detesto la "napoletanità" come tutto questo luogo comune; noi siamo vittime, ma noi siamo vittime fondamentalmente e soprattutto di noi stessi.

  1. La letteratura e la filmografia sulla camorra hanno incrinato l’immagine di Napoli più di quanto abbiano rafforzato una coscienza civile legalitaria?

No, non credo a queste categorie, altrimenti si finisce come Andreotti che rimproverava il Neorealismo di dover lavare i panni sporchi in famiglia; si deve poter parlare di tutto, e quando la filmografia produce qualcosa non ci si deve porre il problema se parlare bene o male di qualche cosa e quanto faccia male o bene a qualcosa: la creatività è libera, l'importante è fare un bel film.

  1.  A suo parere, qual è la percentuale di coloro, tra i non napoletani, che sia a conoscenza che Napoli è stata tra le prime tre città al mondo per tecnologia, cultura e arti?

Beh tra gli intellettuali e nella borghesia colta del paese questo è certamente noto, però ormai è vissuto da questo stesso ceto con la stessa consapevolezza che ad Atene è nata la democrazia, eppure ora la Grecia è poco più che un paese del terzo mondo. E' diventata quasi un'aggravante di quanto siamo caduti in basso, non un'attenuante dei nostri difetti, ed è giusto, hanno ragione.

  1. Qual è, secondo lei, l’istituzione di maggiore eccellenza napoletana?

Non dirò il San Carlo di Napoli, né l'Istituto di Studi Filosofici... Posso dire me stesso? Ma mi astengo per evitare il conflitto di interessi: sono troppo parte in causa per esprimermi...

  1. Un luogo, un monumento, un libro, una musica, un cibo, un vino che rappresentano Napoli, nella sua più autentica essenza, indichi un simbolo per ciascuna categoria.

Posillipo, il luogo in cui sono nato, è lo spazio che ho inventato per il Festival del Parco archeologico di Posillipo: ogni giorno che mio padre ci riportava a casa, ci ricordava il verso plautinico (?) che Posillipo era "pausa dal dolore"; come monumento voglio ricordare Santa Chiara, dove si sono sposati miei genitori. Per il libro, stavolta sarò partigiano: il primo libro di mio padre sul Liberty a Napoli, è un vecchio libro della Eti (?) che parla della Napoli in cui siamo in questo momento [al momento dell'intervista, NDR], via dei Mille, mio luogo per eccellenza; come musica l'ouverture del Matrimonio Segreto di Cimarosa; per il cibo scelgo i frutti di mare, mentre per il vino, di cui bevo molto e capisco tanto, mi piace il bianco campano di Quinto Decimo e Marisa Cuomo.

  1.  Quanto la creatività che le viene riconosciuta è debitrice nei confronti della tradizione, della formazione e del fascino emanato dai luoghi della sua città? In altre parole quanto la sua arte è figlia di  Napoli ?

Non saprei, è una domanda piuttosto autoanalitica: io ho fatto un solo testo in napoletano in tutta la mia vita, ho sempre concepito di far parte quella borghesia napoletana ammazzata dai lazzaroni nel 1799 di cui parla La Capria ne "L'Armonia perduta". Quindi mi sento più figlio di Patroni Griffi e di La Capria piuttosto che di Pulcinella. Torno alla prima risposta: noi abbiamo questa singolare caratteristica di avere un'alta fascia alta e una bassissima fascia bassa, ho sempre trovato demagogico e stupido travestirsi da popolano napoletano. Prima di andarmene, mi ripropongo di scrivere un testo sulla borghesia napoletana in memoria di una signora amica di Patroni Griffi, lì c'è tutto il senso di sconfitta della borghesia napoletana, che si sente molto europea con la testa ma ha i piedi nel terzo mondo... quindi talvolta mi sento molto napoletano e altre volte molto poco, mi è difficile rispondere, credo che lo dovrebbe dire qualcun altro di me.

 

copyright © 2013 Mariano Corcione