RUGGERO CAPPUCCIO, regista teatrale


  1. Nato a Napoli: fierezza, imbarazzo, mero dato anagrafico?

È una responsabilità, perché Napoli è una città con un retaggio storico, soprattutto per quel che riguarda il lavoro che io faccio, tale da determinare una responsabilità ereditaria, nel senso che è una città di grandi drammaturghi, di grandi compositori, di grandi artisti. Quando uno si affaccia al mondo della comunicazione deve sentire la responsabilità di arricchire questo patrimonio possibilmente se ci riesce, e anche la responsabilità di mantenerlo pulito dico. Far parte di questa città geneticamente è un elemento ti distingue dagli altri, dalle altre città italiane, dalle altre persone nate in altre città italiane. E ti distingue naturalmente nel bene e nel male. Però, fondamentalmente, è una responsabilità, che va portata addosso, consapevolmente.

  1. Qual è la qualità vincente che le viene riconosciuta e che, a suo giudizio, è maggiormente legata al suo essere napoletano?

Mah … io … ho una qualità che mi viene riconosciuta e che è l’antipatia, cioè mediamente vengo percepita come una persona antipatica, questo mi … fa molto piacere perché c’è una vulgata comune anche in quelli che sono i pregi o i difetti dei napoletani, e non è un segreto per nessuno, che, il napoletano è considerato un elemento e uno strumento folklorico della nazione. Uno che, è sempre dotato di una carica di simpatia, uno che è sempre uno estroflesso, uno che è sempre comunicativo. In realtà poi, a ben guardare, una certa razza storica di napoletani, che fa capo a Benedetto Croce, o a Gianbattista Vico, o a Caccioppoli, è una razza riservata, in realtà, e quello che forse generalmente non si comprende, a proposito del napoletano per esempio, che quando questo napoletano è riservato o ha un suo pudore, un suo sussurro, allora, quando non è straordinariamente estroflesso probabilmente diventa antipatico, salvo poi scoprire il contrario, il che spesso anche succede nella mia vita.

  1. Qual è la caratteristica vincente del suo essere napoletano, tra quelle che talvolta vengono ritenuti difetti?

Sono contenute nella domanda precedente

  1. Napoli e i napoletani: più orgoglio di luogo o più orgoglio di popolo, in quali proporzioni?

Entrambi, naturalmente, tutte e due. Per esempio io non ho mai sofferto … la … distanza geografica da Napoli. Voglio dire contrariamente a molti artisti che, a giusta ragione, si sono spesso lamentati di una città matrigna, di una città che non li ha ospitati quanto doveva nei suoi teatri, o una città che non gli ha voluto molto bene, non è stata ospitale con loro dopo che sono andati via, o che non gli ha dato molti spazi mentre ancora erano o sono in città. Io non ho mai avvertito questo problema perché credo che la città mi abbia fatto i due tre regali maggiori che una città possa fare ad una persona. Quando una città ti regala un grande patrimonio linguistico, ti regala delle persone e gli incontri con persone, che in molti casi sono diventati i miei compagni di lavoro nell’arco della mia vita, ti ha già regalato l’immensità, ti ha già regalato tutto quello che ti poteva donare. Quindi, questo è un dato positivo. Oltretutto, in un mondo in cui i nostri treni e i nostri aerei ci fanno raggiungere piazza del Plebiscito da Roma in un’ora e venti, mentre forse uno che abita al Vomero ci mette di più a raggiungere piazza del Plebiscito, mi domando chi abita dove. Nel senso che forse è più vicino a Napoli uno che abita a Roma anziché uno che abita al Vomero, senza obiettare che il Vomero è Napoli. Ma anche lì avrei delle cose da dire. Non lo so se il Vomero è Napoli sinceramente, quindi. C’è una relativizzazione di spazi distanze e profondità che mi ha portato a pensare dopo tutto che Napoli non è dov’è ma dove sta la latitudine interiore, è una categoria dell’anima sicuramente.

  1. Cosa migliorerebbe della Napoli che ha lasciato a suo tempo e cosa crede sia migliorato da allora?

Avrei voluto che la città conservasse quella che secondo me, è stata la sua caratteristica capitale, fino a prima della seconda guerra mondiale. E cioè la maternità. Vale a dire, questa città è una città che ha un altissimo tasso di maternità stoicamente. Cosa intendo, intendo che un bambino sino agli anni 1920 -1930, poteva uscire dal basso dove abitava nel quartiere, giocava davanti casa sua, per strada, da questa strada poteva raggiungere il mare, poteva tuffarsi nelle acque di questo mare, fare il bagno, giocare con i suoi coetanei, tornare a casa. La città era materna nel senso che era accogliente. Era nutritiva con i bambini, con le persone. Era una città che ti prometteva una passeggiata e questa passeggiata potevi farla, che ti prometteva una prospettiva spaziale e tu potevi percorrere oltre che guardare. Poi a un certo punto la città si è ammalata. L’hanno fatta ammalare, e quindi è diventata una madre depressa. Una madre cioè che ti promette continuamente qualcosa, ti promette di portarti in dei luoghi dove tu forse potrai divertirti, ma in realtà, non ti ci porta mai. Il bambino, cioè il napoletano, di fronte alla sua madre depressa, si arrabbia perché queste promesse vengono continuamente disattese, e la prende a calci, la distrugge, esattamente come accade con i bambini, che vivono con delle madri ammalate, che non sono in grado di occuparsi di questi bambini.

  1. Parafrasando John Kennedy, si chieda cosa abbia fatto Napoli per lei e cosa abbia fatto lei per Napoli e cosa entrambi possiate o dobbiate fare.

Mah … io credo … per Napoli di … aver lavorato. Immaginiamoci Napoli come un grande edificio, dove ci sono tante stanze, in ciascuna di queste stanze c’è un patrimonio. Un patrimonio di generi di teatro di letteratura di filosofia. C’è anche un patrimonio di generi che discendono da un’epoca anziché da un’altra, da un punto di vista anziché da un altro. C’erano sicuramente dei patrimoni linguistici, penso per esempio a quanto ha scritto Shakespeare di Napoli. Questo patrimonio linguistico che era naturalmente stato lavorato da alcuni, penso a De Simone per esempio, era però un patrimonio linguistico, un modo non naturalistico di guardare alla città, anche dall’angolo della malinconia, anche dall’angolo del dramma, che però avevano percorso in pochi, quasi nessuno. Ecco, forse questo credo che sia un elemento nuovo, di un lavoro. Poi forse anche in questo romanzo, Fuoco su Napoli, c’è un tentativo di ricerca sui perché. Non c’è soltanto la domanda su quanta delinquenza e quanta criminalità, quanta espansione criminale, quante cosche e dove, quante in più rispetto a vent’anni fa, quante in meno, come si spostano nei quartieri, ma il perché si diventa delinquenti al sud. Credo che questo in qualche modo siano i due elementi di una partecipazione alla genetica della città su territori poco percorsi.

  1. Qual è il pregiudizio, il luogo comune riferito alla sua città natale in cui si è più frequentemente imbattuto?

La sciatteria, che purtroppo non è un pregiudizio.

  1. Come cambia, se cambia, il suo modo di parlare di Napoli e di giudicarla, quando è lontano da essa e in presenza di non napoletani?

Beh .. io quando sono lontano da Napoli, vivo però spesso a contatto con dei napoletani. Per esempio una delle persone che incontro più spesso abitando a Roma, e abitando a poca distanza da questa persona, è Raffaele Lacapria, e molto spesso ho la sensazione passeggiando per Roma, con un napoletano come Lacapria, di sentire molta più Napoli in una passeggiata a Roma con Lacapria di quanta Napoli alle volte io riesca a percepire a Napoli.

  1. Quanto l’autocommiserazione e il compiacimento dei propri limiti e vizi ha danneggiato l’immagine di Napoli, sebbene abbia contribuito a costruire un’idea “letteraria” talora esibita quale vincente?

Ha danneggiato molto l’immagine di Napoli e ha danneggiato i napoletani, perché nel corso di decenni il napoletano hanno elaborato una teoria … molto forte. Hanno dato sempre colpe a fenomeni naturali, o a fenomeni fisici, o a fenomeni chimici, o a fenomeni politici. La colpa del male di questa città per i napoletani è stata di volta in volta addebitata a San Gennaro che non effettuava una liquefazione, a un Vesuvio che era esploso, a un colera degli anni settanta che era arrivato, a una cassa per il mezzogiorno che non funzionava, agli americani un giorno, ai tedeschi un altro giorno. La colpa non è stata mai nostra, secondo noi, e questo naturalmente è un male gravissimo. Perché è vero che per esempio l’unità d’Italia forse ha tolto delle cose a questa grande capitale, è anche vero che dopo 150 anni, non è più possibile solo lamentarsi di ciò che ci fu tolto, perché vorrebbe dire che noi abbiamo fatto poco per recuperare parte di quello che ci fu tolto. Penso che il napoletano sia, per sua caratteristica, una persona che innanzitutto non crede ai finali, quindi questo lo rende disincantato, cinico. Poi è una persona geneticamente parlo, naturalmente le eccezioni ci sono sempre nella vita, però una persona che lavora molto al sentimento della rimozione. Non è una persona che facilmente si sottopone ad una analisi, si sottopone ad un processo di sé con se stesso. Rimuove e nella rimozione naturalmente molto interessante individuo il gioco di scarico delle colpe, addebitare responsabilità agli altri.

  1. La letteratura e la filmografia sulla camorra hanno incrinato l’immagine di Napoli più di quanto abbiano rafforzato una coscienza civile legalitaria?

La letteratura non ha questo potere. Non ha né un potere positivo né un potere negativo. La letterature ha un potere positivo, se colui il quale si sintonizza con la letteratura ha un desiderio, una voglia e un’intelligenza di comprensione tal che quel libro renda positiva la percezione. Negativo non può esserlo perché tutta la letteratura sul male storicamente ha potenziato il bene, non ha potenziato il male. Resta il fatto che un libro se non migliora e non peggiora una persona, dipende da quanto desiderio ha quella persona di migliorare o peggiorare. Bisogna stare attenti a chi legge in sostanza, le cose che nascono non hanno nessuna responsabilità. Credo comunque che sia sempre bene che si parli di certi fenomeni, anziché no.

  1.  A suo parere, qual è la percentuale di coloro, tra i non napoletani, che sia a conoscenza che Napoli è stata tra le prime tre città al mondo per tecnologia, cultura e arti?

Beh! Ci sono tre categorie. Alcuni non lo sanno, altri lo sanno e tentano una valorizzazione, la maggior parte lo sa o lo intuisce e tenta un affossamento. Il vizio fondamentale delle dirigenze politiche che si sono succedute, negli ultimi cinquant’anni in questa città, era il vizio di promuovere un’arte consolatoria, non un’arte della crescita punto primo. L’altro punto è che a loro interessa molto di più abbassare il livello dell’arte al pubblico anziché elevare il livello del pubblico all’arte. Certo è che con questo sistema ci si dimentica che quando c’è un grande artista, un grande artista nasce anche perché, c’è un grande pubblico. Se non ci fosse stato un grande pubblico intorno al pianoforte di Chopin, Chopin non sarebbe nato, o sarebbe nato neomelodico. E oggi c’è un gioco al ribasso, che è diventato un gioco allo scientifico, un gioco conveniente. Molto interessate mantenere i servilismi, come volani del consenso politico, e quindi ovviamente i servilismi funzionano molto di più per le dirigenze politiche.

  1. Qual è, secondo lei, l’istituzione di maggiore eccellenza napoletana?

Non le conosco tutte come vorrei per poter esprimere un giudizio complessivo. In questo momento a livello istintivo mi verrebbe da rispondere l’Istituto per gli Studi Filosofici o ciò che ne fu.

  1. Un luogo, un monumento, un libro, una musica, un cibo, un vino che rappresentano Napoli, nella sua più autentica essenza, indichi un simbolo per ciascuna categoria.

Libro è difficile dirne uno, Ferito a morte o La morte della bellezza di Patroni Griffi. Direi uno dei due. Patroni Griffi un altro quasi dimenticato. Patroni Griffi era un altro riservato, pudico e un po’ blasè anche, che sfuggiva a certi cerimoniali, a certi rituali. Ma d’altra parte ognuno di noi non può essere che come deve.
Il luogo Piazza San Domenico Maggiore.
Il monumento Il corpo di Napoli
Musica il Requiem di De Simone per Pierpaolo Pasolini il movimento del Libera me.
Cibo, e anche qui in mente tante cose. Si fa ancora il dolce chiamato il raffiolo
Un vino, quando era vero, la Lacrima Christi del Vesuvio

  1.  Quanto la creatività che le viene riconosciuta è debitrice nei confronti della tradizione, della formazione e del fascino emanato dai luoghi della sua città? In altre parole quanto la sua arte è figlia di  Napoli ?

Qui c’è una complicazione, perché io penso che ci sia una divaricazione, nel senso che molto io devo a Napoli, e molto devo alla Sicilia. Io ho scritto molte cose che risentono della presenza di Napoli e molte cose che risentono della presenza di Palermo. Borsellino, una riscrittura di Tieste, che misi in scena prodotto da Luca Ronconi, anni fa allo Stabile di Roma. Quindi dovrei dire quel tanto di Napoli e quel tanto di Sicilia, che hanno avuto parentele storiche fortissime.

 

copyright © 2013 Mariano Corcione